Ad appena una settimana dalla ripresa dell’attività, Acciaierie di Sicilia proclama due settimane di fermo a causa dei costi insostenibili dell’energia e al conseguente calo di commesse. L’azienda siderurgica catanese aveva già stoppato la produzione a giugno e a luglio, per gli stessi motivi; poi ha bloccato gli impianti per tutto agosto, lasciando a casa circa 500 dipendenti indotto incluso. La società del gruppo Alfa Acciai, che produce tondini per cemento armato, ha una capacità produttiva di circa 500 mila tonnellate annue e un fatturato di 150 milioni di euro ma ha dovuto affrontare costi dell’energia dagli 80 euro a megawattora di inizio anno ai 240 euro di fine aprile, sino ai picchi attuali di 550 euro. Lo stop comporterà, oltre al dramma per i lavoratori fermi, un ulteriore blocco per il settore dell’edilizia già in forte difficoltà per la mancanza di materiali, tra cui proprio l’acciaio.

“Siamo preoccupati, tutta l’Isola rischia un nuovo dramma occupazionale e sociale – avvertono i sindacati Uilm e Fiom -. Da tempo si parla di Energy Release ed Isole, di energia che in Sicilia e Sardegna costa più che nel resto d’Italia, ma nessuno fa nulla per rimediare a questa stortura”.

“L’imprenditore vorrebbe continuare a lavorare e creare sviluppo – aggiunge l’Ugl – ma deve fare i conti con un incremento di spese di oltre il 200%, con aiuti dello Stato che non servono” a niente. Anche altrove in Italia si procede alla produzione per fasce serali, perché costa meno: le fabbriche le Acciaierie Beltrame e Valbruna in Veneto, anticipano e allungano le ferie o concordano qualche altra settimana di cassa integrazione preventiva da «spendere», se entro settembre la situazione non dovesse migliorare. Nel decreto Aiuti bis ci sono 3,373 miliardi di euro per finanziare il credito d’imposta a favore delle imprese a forte consumo di energia elettrica e gas naturale: una misura ottenuta dopo feroci contrapposizioni tra il Mite e il Mise. 

Dice Gianclaudio Torlizzi, esperto di commodity, che «l’incidenza del caro energia sul costo di produzione di acciaio è balzata a 350 euro per tonnellata, portando così a zero la marginalità di un impianto a forno elettrico». Nell’immobilismo prodotto dalla campagna elettorale in corso, pare non resti che rassegnarci a nuove fermate produttive e casse integrazioni anche nei prossimi mesi. I dati diffusi da Federacciai indicano che la bilancia dell’acciaio italiano si è infatti fermata a 1,87 milioni di tonnellate. Se escludiamo il 2020, per trovare un sesto mese dell’anno peggiore bisogna scorrere le statiche fino a giugno 2009 quando ci si fermò a quota 1,7. A pesare sui volumi è stata, appunto, la combinazione di arresto della domanda e alti costi energetici: un cocktail che ha abbattuto i ritmi produttivi. Nel confronto annuo invece il calo è dell’ordine del 4%, per 12,23 mln di tonnellate prodotte in 6 mesi. In confronto al 2020 e 2019, rispetto al periodo peggiore della pandemia la produzione resta superiore di un 20,9%, mentre rispetto all’anno pre-Covid paga un -2,5%. 

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