Poco più di due mesi e per le pensioni arriverà una scadenza: la fine di quota 102, Opzione Donna e Ape Sociale. In mancanza di una proroga o di una riforma del sistema previdenziale si farà ritorno alla pensione di vecchiaia a 67 anni. In sostanza, senza un intervento normativo da parte del nuovo governo, si farà un passo indietro alla legge Fornero.

Anche se il tempo stringe, sta prendendo corpo l’ipotesi di prorogare Opzione donna e di estendere la misura anche agli uomini. Giorgia Meloni aveva anticipato questa sua intenzione.

Pensioni, l’ipotesi Opzione uomo: ecco cosa è

Come Opzione donna, anche Opzione Uomo consentirebbe di andare in pensione in anticipo a 58 anni con 35 anni di contributi. La misura prevede anche il ricalcolo dell’assegno tutto contributivo. In sostanza anche gli uomini avrebbero la possibilità di andare in pensione in anticipo ma con una riduzione dell’importo dell’assegno. Il taglio, lo ha spiegato Repubblica, andrebbe dal 13% al 31% dell’assegno, a seconda dei casi.

Pensioni, il piano del centrodestra

Nel piano del centrodestra sulle pensioni c’è anche l’aumento della pensione minima e la “flessibilità in uscita dal mondo del lavoro, favorendo il ricambio generazionale”. Tra gli obiettivi della Lega c’è Quota 41, ipotesi di uscita anticipata. Permetterebbe di andare in pensione a chi ha almeno 41 anni di contribuiti, mentre nel sistema attuale servono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Ma non tutti sono favorevoli all’ipotesi Quota 41, come nel caso del presidente dell’Inps Pasquale Tridico: “Quota 41 non può essere una soluzione ai problemi di sostenibilità sociale e di rigidità del sistema”, ha detto.

Un altro tema con cui il nuovo esecutivo dovrà fare i conti è quello dei costi di queste opzioni. Si calcola, infatti, che la spesa per pensioni, che quest’anno è stata di 297,3 miliardi, salirà a 320,8 miliardi nel 2023, a 338,3 nel 2024 e a 349,8 nel 2025. Vale a dire 50 miliardi in più in tre anni. Nel 2025 la spesa per le pensioni arriverà al 17,6% del Pil. Nuove soluzione per aumentare la flessibilità in uscita andrebbero ad aumentare questi costi, rischiando di diventare insostenibili per il Bilancio dello Stato.

Pensioni, gli aumenti in vista

L’Inps intanto precisa che per i mesi di ottobre, novembre e dicembre le pensioni fino a 2.962 euro lordi avranno un aumento che sarà del 2% per la quota fino a 2.097,40. Sarà invece dell’1,80% per quella fino a 2.621,75 euro e dell’1,50% per quella fino a 2.962 euro lordi.

L’ente lo ha sottolineato in una circolare con la quale dà istruzioni sulla misura prevista dal Decreto Aiuti bis (9 agosto 2022, n. 115). L’incremento sarà in pagamento per ciascuna delle mensilità di ottobre, novembre e dicembre 2022, ivi inclusa la tredicesima mensilità spettante. Per le prestazioni assistenziali, l’aumento perequativo riguarda pensioni di inabilità e assegno mensile di assistenza. Ma anche la pensione per sordi e la pensione per ciechi. La perequazione non riguarda invece indennità di accompagnamento, indennità per ciechi parziali, indennità per ciechi assoluti, indennità di comunicazione, indennità di frequenza e indennità di talassemia.

Aumenti e modalità di pagamenti

L’importo è imponibile ai fini Irpef e sarà tassato su ciascuna mensilità. Per le pensioni della gestione privata sarà riportata una specifica voce denominata “Conguaglio Irpef anno in corso”. Per le pensioni della Gestione pubblica sarà ricalcolata la voce di trattenuta Irpef usualmente esposta. Per le pensioni con pagamento annuale o semestrale l’incremento sarà corrisposto con la rata di gennaio 2023. L’incremento sulla rata della tredicesima mensilità è corrisposto in proporzione ai ratei di tredicesima spettanti. Nel caso di pensioni che non hanno diritto alla tredicesima non è corrisposto alcun incremento a valere sulla predetta mensilità. Per le pensioni Inpgi della gestione sostitutiva deve ritenersi che l’importo su cui applicare l’incremento di cui alla norma in commento sia quello già rivalutato all’1,9%.

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