Intelligenza, passione per il lavoro, coraggio e talento musicale. Questo potrebbe benissimo essere il biglietto da visita di Paolo Artale, uno degli storici componenti e fondatori del gruppo CANTUNOVU. Oltre quarant’anni di canzoni, concerti e musica in tutto il mondo.
Artista e medico. Una formula che è diventata vincente nella sua personale tradizione cantautorale.
Paolo Artale, in questo nostro incontro, esprime tutta la forza di chi guarda al futuro e al passato con serenità e gratitudine. Una sincerità spiazzante, dove c’è dentro una vita intera, in cui si sviluppa la doppia carriera di medico e cantante. Ne ho parlato con lui, che ringrazio per la disponibilità.
Artista e medico. Inutile chiederti cosa ti senti di più… ma posso chiederti quale sfera della tua vita ha condizionato l’altra?
«L’approccio artistico alla medicina, alla cura del corpo umano, deve essere connaturata nell’opera di un medico. Capacità come l’intuizione, il cogliere l’attimo dirimente, la ricerca dell’armonia degli elementi semeiotici al fine di formulare una diagnosi, sono fondamentali in medicina e nell’arte, in tutte le sue forme. Per quanto mi riguarda, nella mia vita le due cose, medicina e musica, sono state sempre separate nel senso temporale e spaziale, ovviamente, ma, ambedue le cose trovano un’unità fisica e spirituale nella mia persona e in quella di tanti colleghi, medici e artisti allo stesso tempo».

La tua specializzazione medica richiede una grande dedizione, come quella che è necessaria per l’arte; come riesci a gestire il tuo tempo nei rispettivi ambiti?

«Il tempo dedicato al lavoro, alla musica, alla famiglia e al resto del tempo libero è distribuito secondo i bisogni e secondo le circostanze».

Tu sei un medico particolare che affronta, quotidianamente, il disagio del tempo in cui viviamo: con quale risultato?

«Da medico specialista neurologo, oramai da quasi quarant’anni, lavoro nel campo della disabilità. Tante storie di problemi, disagi, dolori, ma anche gioie e soddisfazioni, sono passate sul mio telone di proiezione della vita. Il segreto per poter sopravvivere e poter affrontare situazioni facilmente immaginabili, si chiama “sereno distacco empatico”, termine che può sembrare contraddittorio ma è, sicuramente, collaudato ed efficace».

Dove affondano le tue radici musicali?

«Nel grembo della mia cara mamma. Lei, che mi ha lasciato da un po’ di tempo, mi raccontava che, incinta di me, cantava sempre ed ascoltava molta musica alla radio. Da piccolo, poi, e fino al giorno del mio matrimonio, la sua bella voce ha scandito ed ha accompagnato sempre le mie e le sue giornate. Le sento ancora quelle belle canzoni italiane melodiche degli anni quaranta e cinquanta, le porto sempre nel mio cuore. Ovviamente, queste radici si sono fatte strada nell’immenso terreno della musica, e la chitarra, il mio strumento principale, è stata la mia fedele ed insostituibile compagna di viaggio. Sono un fiero ed imperterrito autodidatta che non ha mai studiato musica: con tutto il massimo rispetto per i bravissimi musicisti diplomati, che, spero, mi perdoneranno, il mio motto è: “la musica è amore e l’amore non si studia”».

Tu sei uno dei fondatori storici del gruppo musicale siracusano che più ha valorizzato, nel tempo, le tradizioni popolari siciliane: i “CANTUNOVU”. Ti chiedo: perché questo nome? A chi è venuto in mente?

«I Cantunovu sono la creatura artistica più bella della mia vita musicale. Era il 1979, io frequentavo il primo anno di università a Catania. Erano anni di particolare cambiamento e di sperimentazione a tutti i livelli. Musicalmente io provenivo dalla musica leggera: i cosiddetti “complessi musicali”, e con Romualdo Trionfante e Matteo Siracusa (altri due pilastri attuali dei Cantunovu) decidemmo di tralasciare un po’ questo genere musicale per approcciare la musica tradizionale popolare andina».

Come mai la musica sudamericana andina?

«Era la moda politica del momento: i cileni Intilli Imani fecero un concerto memorabile anche al teatro greco di Siracusa e noi eravamo in prima fila. Quest’amore durò solo un anno. Nel 1980 incontrammo Angelo Puzzo (altro attuale pilastro dei Cantunovu), storico componente dei “Cori di Val d’Anapo” e del gruppo folk “Aretusa”. Assieme a lui, ed anche grazie all’importante e fortunato incontro col grande maestro Corrado Maranci, ci convertimmo alla musica siciliana di ricerca. Il nome “Cantunovu” fu coniato, appunto, da Angelo Puzzo durante una prova a casa sua».

Cosa significa per te far parte di questo gruppo?
«Far parte dei Cantunovu per me vuol dire far parte della mia vita. Cantunovu, quindi, è anche la mia vita. Non credo sia necessario aggiungere altro».

Avete “esportato“ la vostra musica in ogni angolo del mondo, arrivando in Paesi con un substrato culturale molto diverso da quello in cui è nato il gruppo: come vi accoglie il pubblico da quelle parti?

«Come Cantunovu, con o senza “ensamble” coreica, abbiamo girato tutto il mondo: la maggior parte dell’Europa, Canada, Stati Uniti, Sud America e Thailandia. Il pubblico di ogni nazione, in cui siamo stati, ci ha accolti sempre con entusiasmo, calore e curiosità. Ogni luogo visitato ci ha lasciato sempre qualcosa, ma anche noi abbiamo lasciato loro dei bei ricordi. In particolare ciò accadeva quando ad accoglierci c’erano italiani e siciliani emigrati. In queste circostanze gli incontri erano spesso bagnati anche da lacrime di emozione e commozione».

C’è un aneddoto che ricordi con più piacere?

«Era la ventesima (non sono sicuro al 100%) edizione del Premio Paladino al Teatro Greco di Siracusa, pubblico delle grandi occasioni con la cavea piena e presentava il compianto Nuccio Costa. Io con la chitarra, il maestro Corrado Maranci con la sua inseparabile fisarmonica e Romualdo Trionfante col suo friscalettu, stazionavamo molto emozionati in un angolo della grande “orchestra” del teatro. All’improvviso, dal “pàrodos” laterale destro, con la sua proverbiale energia e simpatia, sbucò il grande Franco Franchi, il quale, senza convenevoli e come una valanga umana, si rivolge a noi tre: “picciotti, fozza, accuddamu vitti na crozza e cantamu!!!!” Pubblico letteralmente in delirio e noi tre che ci guardavamo in faccia increduli e sorpresi. Fu così che suonammo e cantammo “Vitti na crozza” davanti a migliaia di persone col grande attore palermitano nella splendida cornice della cavea siracusana. Ricordi unici ed incancellabili».

Quali differenze, in generale, noti tra la Sicilia del passato e quella di oggi?

«Le differenze sono enormi. Il buon Dio mi ha donato gli anni di vita per rendermi conto di questa sensibile diversità in quasi tutti i campi. In primo luogo, la famiglia rimane, fortunatamente, sempre un punto di riferimento importante per i siciliani ma, purtroppo, ha cambiato radicalmente le sue coordinate temporali e spaziali: non ci si sposa più, tantomeno in chiesa. Oramai si convive e si fanno pochi figli. Le famiglie numerose sono scomparse. A cascata è venuta meno tutta una serie di sane abitudini e tradizioni. Abbiamo tradito ed ucciso le nostre tradizioni, anche a causa di spinte perverse globaliste di certa politica e di certa cultura relativista e nichilista. Spero con tutto il cuore che la Sicilia, e non solo, possa risalire questa china suicida».

Pensi che la nostra Isola stia perdendo i suoi valori? Cosa deve fare per mantenerli?

«Come affermato precedentemente, la Sicilia ha quasi perso del tutto i suoi valori, però possiamo ancora salvarci se ripartiamo dai giovani, testimoniando loro che la loro terra ha una storia e una identità specifica ed unica, ed è necessario ed urgente riscoprirle, coltivarle e conservarle. Bisogna ripartire dalla cultura e dalla scuola. Far capire che “identità” non è un cattivo vocabolo ma è quella chiave che può farti aprire tutte le porte di altre identità umane e culturali. Se non si conosce e non si ama la propria storia, non si possono capire ed accettare tutte le altre. La conoscenza è il presupposto principale della tolleranza e della convivenza civile».

Cosa ti fa sentire, in generale, orgoglioso di essere siciliano?

«La Sicilia è l’isola più bella del mondo, per tanti motivi, e perché sono consapevole che nelle mie vene scorre il sangue di tanti popoli che, forse, si sono anche combattuti, ma che alla fine hanno trovato un motivo e una ragione per vivere e crescere insieme nella pace e nella speranza di migliorare nella prosperità. Però, ancora, abbiamo tanta strada da fare, in particolare quella strada che, spero, riporti in Sicilia le migliaia di giovani laureati, eccellenze in tutti i campi, che lavorano all’estero. Un tesoro inestimabile che la nostra Regione ha perduto a causa dell’ignavia, della superficialità e dell’impreparazione di una classe politica inetta e incapace. Dobbiamo riportare questi nostri giovani a lavorare e produrre nella loro terra natìa, per farli sentire orgogliosi di essere siciliani qui e non all’estero».

Quale era l’atmosfera musicale che si viveva nella tua infanzia a Siracusa?

«L’atmosfera musicale che si viveva a Siracusa nella mia infanzia era quella che si poteva vivere in una qualsiasi città di provincia: la faceva da padrona la musica leggera, oltre alla musica beat, il pop-rock e, in alcuni ambienti, il melodico (oggi neo-melodico) partenopeo. Uno spazio cospicuo lo aveva, fortunatamente, anche il folk siciliano: a casa mia avevamo una grande radio-giradischi della Radiomarelli dove ascoltavamo tutti i 45 giri con i duetti dei mitici Turiddu Di Paola e Lucia Siringo. Il Di Paola, tra l’altro, era un collega di lavoro del mio caro papà alla Provincia e Lucia Siringo è una nostra lontana parente. Insomma, il mix tra Beatles, Claudio Villa e folk siciliano era micidiale: non potevi assolutamente annoiarti».

Ed oggi, com’è Il tuo rapporto con la città di Archimede?

«Complicato e sofferto, come tutti i grandi amori. Siracusa è una bellissima donna che, nonostante la sua venerabile età, è di una bellezza struggente e disarmante. Una bellezza che resiste, fortunatamente, agli attacchi e agli insulti dei suoi figli, in particolare quelli che comandano, i quali, invece di proteggerla, valorizzarla, curarla amorevolmente e nella maniera giusta, l’hanno ridotta ad una bettola da bassifondi. Siracusa, più di ogni altra città al mondo, va studiata profondamente per essere conosciuta, amata e, quindi, governata nella maniera giusta».

Tu hai composto molte delicate canzoni ispirate all’amore. Perché molti uomini, oggi, sono così violenti con le donne che dicono, a parole, di amare?

«È vero: molte canzoni da me composte parlano di amore. Amore dell’uomo verso la sua donna e viceversa. Il canzoniere popolare siciliano, in questo senso, è molto eloquente e variegato. Non esistono, infatti, solo i semplici canti d’amore ma esistono canti con le diverse sfaccettature dell’amore, compresi i canti di “spartenza” e i canti di “sdegno”. Questi ultimi rappresentano il cosiddetto amore difficile, contrastato e, spesso, complicato da diversi eventi contingenti. Uno sdegno che avrebbe potuto avere dei risvolti anche poco piacevoli ma mai violenti fini a sè stessi. Ricordando la famosa e celebre “Cavalleria Rusticana” di Mascagni, si può vedere come il delitto d’amore era sì presente ma raro e rappresentava l’ultima “ratio” di un epilogo fatale ed inevitabile. Non era mai, come oggi accade, il finale, purtroppo frequente, di un disturbo mentale non curato. L’uomo che dice di amare una donna e poi la uccide è un malato mentale che, paranoicamente, scopre che la donna, che dice di amare, è superiore a lui in tutto. Ciò fa scattare, irreparabilmente, la follia omicida».

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno aiutato, significativamente, nella tua vita professionale e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà, a chi penseresti?

«Non ho nessun dubbio: ai miei cari ed amati genitori».

Salvo Bottaro

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