Una nutrita delegazione della Cgil di Siracusa è partita alla volta di Portella della Ginestra, per celebrare, oggi, la Festa del Lavoro. Una scelta non casuale, spiega il segretario generale provinciale, Roberto Alosi. “Due anni di pandemia non hanno reso possibile ridare l’adeguata rilevanza storica alla strage di Portella, all’eccidio commesso il 1°Maggio da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano che sparò contro la folla di contadini riuniti per celebrare la Festa dei Lavoratori, provocando 11 morti e diversi feriti”.

“Quello di quest’anno- osserva l’esponente della Cgil siracusana- è un primo Maggio insolito, schiacciato fra uno scenario bellico scellerato e una crisi del lavoro e nel lavoro che attraversa l’intero nostro territorio, aggredendolo trasversalmente, senza distinzioni. Visto da Siracusa, il Primo maggio denuncia il lavoro che non c’è, il lavoro che viene meno insieme alla dignità individuale e collettiva di una comunità che arretra e che tuttavia non ha mai smarrito la voglia del riscatto e della rivendicazione. Una speranza possibile se sapremo rimettere al centro, con determinazione, la giustizia sociale, rispondere ai bisogni di protezione dei cittadini e dar forma ai nuovi diritti e ad un’idea forte e coesa di comunità responsabile”.

Il cauto ottimismo di Alosi è legato alla convinzione che “abbiamo le risorse per cambiare il modello di sviluppo e il modo di produrre, sanare vecchie storture e ingiustizie, aprire nuovi orizzonti nella ricerca, la formazione, le nuove tecnologie, la sostenibilità dell’ecosistema. Per una vera classe dirigente non è questo il momento di ritrarsi, piuttosto di fare tutti un passo avanti. Che lo vogliamo o no, si sta ridisegnando il nostro modello sociale complessivo. Il gesto politico più importante che possiamo compiere è provare a guidarlo. Intanto, il blocco del sistema produttivo e commerciale in atto, sta riproletarizzando la precarietà, trasformandola in povertà. Affrontare queste carenze sotto l’urgenza e la pressione della crisi significa riscrivere il contratto sociale perché si tratta di ridefinire il quadro dei diritti e doveri, i sistemi di sicurezza e di protezione, di favorire le opportunità di crescita, di contrastare le nuove diseguaglianze, evitando soprattutto che diventino esclusioni, espulsioni individuali dal diritto di cittadinanza. La crisi pandemica prima e la guerra dopo hanno portato alla luce i nostri ritardi, le incongruenze, l’esaurimento di vecchi schemi che continuavamo a replicare. In questo senso, l’obbligo a cambiare è anche un’occasione per riformare, per arrivare ai nodi di fondo”. Concetto chiave, per Alosi, è quello di un “riformismo radicale che parta dalla politica del giorno per giorno ma senza dimenticare i grandi ideali di giustizia e di uguaglianza sociale. Serve, soprattutto, la capacità di ripartire dal concreto”.

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