La Cort e di Assise di Appello di Catania (presidente Elisabetta Messina), riapre il processo per l’omicidio del cuoco modicano, Peppe Lucifora. Il Collegio ha infatti rigettato l’eccezione della difesa dell’imputato circa l’inammissibilità dell’appello delle parti civili, ed ha ordinato che siano risentiti tutti i periti e i consulenti ascoltati in primo grado.

La Corte ha, poi, disposto che siano sentiti il medico legale, Giuseppe Iuvara e i 12 testi non sentiti in primo grado. È stato, altresì, nominato un nuovo consulente tecnico d’ufficio, il maggiore Cesare Rapone dei Ris di Roma per cercare nuove tracce biologiche presso l’abitazione di Lucifora. Il giuramento è stato fissato al prossimo 5 dicembre.

L’unico indagato, l’ex carabiniere Davide Corallo, è stato assolto a marzo di quest’anno, dalla Corte d’Assise di Siracusa con formula piena « per non avere commesso il fatto » dopo aver trascorso 2 anni in carcere. Alla decisione si erano appellate sia la procura di Ragusa, sia la parte civile con i familiari della vittima rappresentati dall’avvocato Ignazio Galfo . 

Il delitto avvenne il 10 novembre del 2019 in casa di Lucifora in largo XI febbraio nel quartiere Dente a Modica.

Il corpo seminudo del cuoco era stato trovato dai pompieri, che avevano dovuto forzare la porta d’ingresso dell’abitazione, nella camera da letto che era chiusa a chiave. Picchiato e strangolato  fino a un soffocamento meccanico. Stando ai risultati dell’autopsia sul corpo senza vita, Lucifora avrebbe provato a difendersi, come dimostrerebbero i segni delle percosse sul volto e la  rottura della mandibola con trasferimento dalla sede originaria. A non lasciargli scampo, però, sarebbe stata  la stretta delle mani intorno al collo.

Fin da subito si pensò ad un delitto passionale che ipotizzava una relazione tra i due uomini. In cima alla lista dei sospettati c’era proprio Corallo che, nel corso del processo, ha ammesso di avere avuto delle frequentazioni con la vittima.  L’ex militare, però, si è sempre proclamato innocente, anche se risulterebbe un elemento chiave della Procura che ha portato ad una svolta dell’indagine a suo carico: nel lavandino dell’abitazione della vittima i Ris avevano trovato una traccia di Dna di Corallo. 

Ora la decisione della Corte di Assise di Catania potrebbe aprire nuovi scenari sulla vicenda.

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